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A Reano, tra i boschi dell’anfiteatro morenico, rinasce l’antica tradizione della viticoltura

L’azienda vitivinicola Rhea si trova a circa 25 chilometri da Torino, nel territorio comunale di Reano, immersa nei boschi di castagno misto a roverella che, alternati a prati, pascoli e arativi, rivestono rilievi, conche e vallette dell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, tra val Sangone e bassa valle di Susa.

Condotta dalla famiglia Ruffino, ormai giunta alla terza generazione, l’azienda è impegnata in un’attività, quella della viticoltura e della produzione vinicola, che nei secoli passati era molto più praticata di oggi su queste colline, forse anche favorita dalla vicinanza ai luoghi di residenza della corte sabauda, in particolare il castello di Rivoli, e dalla tendenza ad approvvigionarsi di vino, come accadeva normalmente in tempi caratterizzati da difficoltà e onerosità dei trasporti, nei territori meno distanti.

Tra le tante testimonianze che comprovano l’antichità della pratica vitivinicola in quest’area collinare situata al margine occidentale della piana torinese, tra i corsi della Dora Riparia e del Sangone, vi è la prima menzione scritta in assoluto del vitigno Nebbiolo, citato come “Nibiol”, contenuta in un documento del 1266 (conti della castellania di Rivoli) che ne attesta la coltivazione proprio sulle colline rivolesi, e un passo del diario di viaggio di Jacques Lesaige, mercante di seta francese che nel 1518, soggiornando in zona, descrive il ridente paesaggio dell’anfiteatro morenico, dove le viti prosperano appoggiate ai mandorli in fiore, secondo l’antico sistema di allevamento noto come “alteno”.

In questo lembo di Piemonte, che venne plasmato dall’azione dell’imponente ghiacciaio valsusino nel corso dei suoi numerosi avanzamenti e arretramenti avvenuti in un arco temporale compreso tra 750.000 e 13.000 anni fa, il vitigno tradizionalmente più coltivato, tanto da coprire un tempo all’incirca il 90% della superficie vitata, era il Freisa, cultivar vigorosa, capace di garantire rese medio-alte.

Celebrata dall’abate Casalis, storico e scrittore, per la ricchezza in estratto, che la rendeva adatta per la produzione della “Tintura Sacra”, uno dei medicamenti suggeriti dai medici come “rimedio” contro la peste (in realtà, il Casalis fa riferimento al “vino di Chieri”, che la ricercatrice Enza Cavallero ritiene identificabile proprio con il Freisa), e molto apprezzata dai viticoltori piemontesi per la produttività e adattabilità del vitigno, l’uva Freisa andò però incontro nel corso del Novecento a una fase di declino e di svalutazione nei giudizi dei consumatori, che tendevano ad associarla alla sola produzione di vini “leggeri e vivaci”. Il vitigno Freisa, prima dell’attuale rivalutazione, che trova sostegno nella recente scoperta della sua parentela di primo grado con il Nebbiolo, venne quindi condannato a un ruolo marginale, per diversi fattori che ne avevano compromesso la reputazione: la spiccata acidità, che, se non gestita correttamente come si fa oggi con la conversione malolattica, poteva dare vini disarmonici e aspri al palato, la vigoria e resistenza dell’uva, che induceva il contadino a metterla a dimora in terreni sovente non vocati o non ben esposti al sole, infine la ricca dotazione in polifenoli e in colore, che, assicurando struttura e longevità, rendeva la cultivar ideale da essere impiegata come semplice “correttivo” di vini in cui questi caratteri difettavano.

In conclusione, anche sulle colline moreniche tra Reano e Villarbasse il vitigno Freisa vide gradualmente restringersi la superficie coltivata, in favore del Barbera, che oggi costituisce la varietà prevalente, anche nei terreni dell’azienda Rhea. Proprio dalla vinificazione in purezza di uve Barbera nasce uno dei tre vini che costituiscono il cuore della produzione aziendale, l’Autin. Di questo vino colpisce il colore, rosso porpora con riflessi violacei, e la struttura equilibrata. Il nome ricalca uno dei due vocaboli che in piemontese designano la vigna, autìn, ma evoca anche il già citato sistema di allevamento della vite chiamato alteno, in cui la pianta è appoggiata a tutori vivi, di solito alberi da frutto. Nelle antiche fonti con il termine autìn si prese a indicare, progressivamente, non solo l’alteno, sempre meno praticato, ma anche la vigna con coltivazione a spalliera, forse per la compresenza iniziale, ai bordi della stessa, di alberi da frutto (F. Panero). 

Altro prodotto di punta dell’azienda Rhea è il vino battezzato Silvy, omaggio alla moglie del titolare, ma anche richiamo storico alle origini romane del toponimo “Reano”, di cui si è ipotizzata la derivazione dal nome di Rhea Silvia, la vestale discendente di Enea indicata dalla mitologia come madre di Romolo e Remo. Fu l’erudito piemontese Jacopo Durandi (1739-1817), giurista, drammaturgo e storico, a sostenere tale collegamento, basandosi su alcune epigrafi e reperti rinvenuti in zona e conservati nel castello, in cui si menziona un “Sodalicium marmorarium”, collegio di marmorari che s’insediò in loco in epoca romana per esplorare le cave di marmo delle alture circostanti. Il vino, rosso fermo e secco, fruttato al palato, con leggera nota pepata, è ricavato al 100% da uve Cabernet Sauvignon, che l’azienda, malgrado l’estraneità del vitigno alla tradizione locale, decise di impiantare ex novo nell’appezzamento di fronte alla cascina dopo averne appurata l’adattabilità al tipo di suoli caratteristici dell’area morenica.   

Il patrimonio ampelografico aziendale, che può contare su 3 ettari distribuiti in 11 appezzamenti tra i comuni di Reano, Villarbasse e Bruino, non comprende solo vigneti monovarietali, di più recente impianto, ma esprime il suo legame con la tradizione nella scelta di preservare la biodiversità del vigneto misto, in cui si possono trovare più varietà di uva. Da queste premesse nasce il terzo vino dell’azienda Rhea, chiamato Ratin, dal soprannome (stranòm) della famiglia, che si ritrova anche nel toponimo “Casa Ratto” designante la località in cui ha sede la cantina. Il prodotto deriva da un mix di uve Barbera e Freisa, in percentuali variabili a seconda dell’andamento delle annate, cui si aggiungono piccoli quantitativi di varietà locali.

C’è infine da segnalare che l’azienda Rhea, insieme con altri produttori come Prever di Villarbasse e la valsusina Agriforest di Almese, è tra i soci fondatori dell’Associazione Tutela Baratuciat e Vitigni Minori, nata con l’intento di promuovere in particolare la coltivazione dell’uva Baratuciàt, vitigno a bacca bianca, citato per la prima volta nel Bollettino Ampelografico del 1877 come “Berlon ‘d ciat bianco” e tradizionalmente coltivato in bassa e media valle di Susa e sulle morene residuali del ghiacciaio valsusino, tra Dora Riparia e Sangone. Un tempo considerato poco adatto alla vinificazione per l’insufficiente maturazione delle uve, causata dalla tendenza del grappolo a sovraccaricarsi, inconveniente oggi rimediabile con un’avveduta gestione del vigneto, il vitigno dà origine a un vino bianco capace di riscuotere un crescente apprezzamento, anche per la sua sorprendente longevità.

La realtà associativa, costituitasi nel 2019, si propone anche di agire per lo “sviluppo delle produzioni locali”, non solo vinicole, e la tutela delle tradizioni enogastronomiche del territorio incluso tra la bassa valle di Susa e la val Sangone. Fitta di boschi, l’area dell’anfiteatro morenico pedemontano Rivoli-Avigliana è caratterizzata da terreni collinari ricchi di “scheletro”, composti cioè in prevalenza di particelle con diametro superiore ai 2 mm., come pietre, ghiaia, ciottoli, ghiaietto, e con alta impermeabilità, quindi tendenzialmente aridi, incapaci di trattenere l’acqua e poco favorevoli alle pratiche agricole, salvo sui pendii soleggiati rivolti a sud, dove per tradizione si concentra la coltivazione della frutta e della vite. Diversa è la situazione nelle conche e nelle vallette più ampie, a fondo piatto, in cui invece la maggiore umidità e profondità dei suoli rende possibile la presenza di arativi e di prati.

Una visita alla cantina Rhea può fornire l’occasione per conoscere le tante attrattive del territorio, seguendo il fil rouge dell’enogastronomia, che vede tra i suoi prodotti di punta, per quanto riguarda la val Sangone, il formaggio “Cevrin”, ricavato da latte caprino della razza Camosciata delle Alpi mescolato a quantitativi variabili di latte vaccino, ma andando anche alla scoperta delle risorse storico-artistiche e ambientali-paesaggistiche.   

Il comune di Reano, caratteristico borgo adagiato in una conca dell’anfiteatro morenico, deve la ricchezza del suo patrimonio di arte e di storia al mecenatismo di un’importante famiglia dell’aristocrazia piemontese, i principi Dal Pozzo della Cisterna, che acquisirono feudo e castello alla metà del Cinquecento, ai tempi dell’illustre giureconsulto Cassiano Dal Pozzo, primo Presidente del Senato di Piemonte nel 1560. Figura più nota della famiglia fu la principessa Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna, titolare dell’omonima via del centro di Torino, che andò in sposa nel 1867 ad Amedeo, capostipite del ramo ducale dei Savoia-Aosta, e, al seguito del marito, divenne Regina di Spagna dal 1870 al 1873, facendosi amare dal popolo per l’impegno caritatevole profuso in favore di indigenti e malati.

Legate all’insediamento in Reano dei principi Dal Pozzo della Cisterna sono le principali testimonianze artistiche e architettoniche del paese, che annoverano, oltre al turrito castello con sontuosi interni barocchi, l’imponente parrocchiale di San Giorgio, voluta nel 1852 da Carlo Emanuele Dal Pozzo e innestata, con la sua veste neo-gotica di gusto normanno, sui resti d’una precedente chiesa medievale, i raffinati esempi di arte funeraria ottocentesca, realizzati da Giovanni Maria Benzoni e da Vincenzo Vela, presenti all’interno della Cappella della Madonna della Pietà, e il cosiddetto Ciclo pittorico di Pietrafitta, serie di sette tele (dell’ottava si sono perse le tracce) che costituiscono una delle più significative realizzazioni del tardo Rinascimento toscano. Le opere, pervenute al vescovo di Pisa, che era un Dal Pozzo, giunsero in Piemonte a fine Settecento e si trovano attualmente esposte a Reano, distribuite tra la già citata Cappella della Madonna della Pietà, sede museale dal 2004, e la parrocchiale di San Giorgio.  

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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