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A Torino, il Palazzo dei Marchesi di Barolo tra splendore e carità

TORINO. Uno dei più significativi e meglio conservati esempi di dimore nobiliari della Torino barocca sorge a fianco dell’ex tribunale, la Curia Maxima, è il Palazzo Barolo, già Provana di Druent.

È situato nel cuore della città quadrata dell’antico impianto romano, al n. 7 di via delle Orfane, isola di Santa Brigida. Oltre ad esser uno dei più belli e prestigiosi palazzi di Torino, è ricco di storia ed eloquente testimone della fervida attività filantropica dell’Ottocento subalpino.

Agli albori del XVII secolo proprietari erano i conti Provana di Druent, appartenenti ad una nobile famiglia piemontese di antiche origini, il cui stemma era costituito dalla colonna inquartata con foglie di vite;  a metà Seicento costoro intrapresero opere di ampliamento e di abbellimento dell’edificio allora esistente, attiguo al Monastero delle Orfanelle.

L’ultima loro discendente, Elena Matilde, nel 1695 andò sposa a Gerolamo Gabriele Falletti di Barolo futuro Viceré di Sardegna, appartenente ad una delle più importanti famiglie dell’aristocrazia subalpina. Durante il matrimonio crollò lo scalone progettato  dall’architetto Gian Francesco Baroncelli, quasi come presagio della tragica fine della donna, che si suicidò gettandosi  da una finestra del palazzo nel 1701.

Dal non felice matrimonio nacquero tre figli, il primogenito dei quali, Ottavio Giuseppe ereditò il cospicuo patrimonio dei Druent e il Palazzo in Torino, che, assunto il nome, si fregiò in facciata dei nuovo stemma gentilizio sbarrato a Scacchiera rosso e oro al campo di azzurro.

La leggenda dice che ancora oggi, in certe notti, il fantasma della infelice contessa Elena Matilde Provana di Druent si aggiri sullo scalone del palazzo vestita del suo sontuoso vestito bianco da sposa.

Lo stemma di Palazzo Barolo

Nel 1743 il nuovo proprietario commissionò all’architetto regio Benedetto Alfieri «importanti lavori di completamento e di restauro dell’edificio», al quale durante precedenti interventi, realizzati tra 1692 e 1720, aveva posto mano, tra altri, Gian Franco Baroncelli, autore delle istruzioni per la realizzazione dell’atrio e dell’imponente scalone.  Alcuni anni più tardi Carlo Gerolamo Falletti di Barolo, figlio di Ottavio Giuseppe, fece costruire la «nuova Fabbrica in attiguità del nuovo palazzo, prospiciente sovra  la Piazza Susina verso Ponente», che venne adibita a casa da reddito con botteghe a piano terreno; inoltre, provvide ti far eseguire la «remodernazione delle carriere» per l’appartamento dei primogenito, Ottavio Alessandro, membro di spicco nell’amministrazione cittadina durante il periodo giacobino e negli anni della dominazione francese.

L’unico figlio di quest’ultimo, Carlo Tancredi. Ciambellano e conte dell’Impero, nel 1807 sposò a Parigi Giulia Vittorina Colbert de Maulévrier.  Dopo la Restaurazione sabauda, si dedicò agli studi e alla vita pubblica; nel 1826 fu nominato membro dell’Accademia delle Scienze di Torino. Nel biennio 1826, 1827 ricoprì la carica di Sindaco e nel 1829 divenne consigliere di Stato.

Amministratore oculato e attivo, si dedicò al miglioramento della città: dall’istruzione ai giardini, dal un nuovo sistema di igiene, alla costruzione del Cimitero. Collaborò inoltre con la consorte a numerose opere di carità.

Silvio Pellico, celebre autore de “Le mie prigioni“, amico e ospite dei Barolo nel palazzo, dopo il carcere sofferto, così ricordava il marchese, di cui era stato bibliotecario «.Faceva costruire o riparare ospizi o chiese, scuole, dava moto alle belle arti, ad ogni cosa utile al paese, trovava nell’intervallo delle sue fatiche di un  tempo di scrivere libri istruttivi e morali pel popolo».

A Palazzo Barolo, ospite della marchesa, Silvio Pellico,  morì il 31 gennaio 1854. La marchesa sopravvissuta al marito da cui non aveva avuto figli si spense settantasettenne nel 1864, lasciando erede universale l’Opera Pia Barolo, cui affidò il compito di amministrare le rendite del cospicuo suo patrimonio e di soddisfare al mantenimento e perfezionamento degli istituti da lei fondati, tra cui il Rifugio e il Rifugino, il ritiro delle Maddalene,  l’educatorio delle Maddalenine, scuole e l’asilo di S. Anna, l’orfanotrofio delle Giuliette, il pensionato delle Famiglie di Operaie, nonché la Chiesa di S. Giulia in Vanchiglia, dove vi è la sua tomba e quella di suo marito.

L’Opera Pia Barolo, che da sempre  sede nel palazzo, è un’istituzione pubblica di assistenza e beneficenza, creata il 22 settembre 1856 dalla Marchesa Giulia Falletti di Barolo, con testamento segreto. Presentato alla Corte d’Appello di Torino il 20 agosto 1858, e aperto il 21 gennaio 1864, fu approvato con Regio Decreto il 10 luglio 1864. Scopo dell’istituzione sono la carità, la beneficenza e l’istruzione. La Presidenza è retta per trienni alterni dall’Arcivescovo di Torino e dal Presidente della Corte d’Appello, i Consiglieri sono nominati due dal Presidente entrante e quattro da quello uscente. L’Opera Barolo è ancora oggi molto attiva e prosegue il lavoro della Fondatrice sostenendo diverse attività sociali.

Nel 1991 fu avviata la causa di beatificazione e, attualmente, gode del titolo di “serva di Dio”. Nel 2015, Papa Francesco autorizzò la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante le virtù eroiche della Serva di Dio Giulia Colbert, Laica, Vedova e Fondatrice della Congregazione delle Figlie di Gesù Buon Pastore e delle Suore di S. Anna, dichiarandola “Venerabile”. Anche per il consorte è in corso il processo di beatificazione.

Nel 1906 l’allargamento di via Corte d’Appello impose la demolizione per la profondità di una stanza del palazzo Barolo.  Dipinti e stucchi della sala d’angolo e dell’adiacente salotto cinese, sacrificati dall’intervento, furono trasposti dell’edificio.            

 In via Corte d’appello un tracciato di pietra grigia ricorda l’antico perimetro del palazzo,fu installato a cura di uno dei direttori dell’Opera Barolo architetto Paolo Galli, valente studioso d’arte, scomparso prematuramente.

Oggi il palazzo, sempre di proprietà dell’Opera Barolo, ben restaurato, ospita il museo della scuola, mostre e manifestazioni della cultura cittadina sia nelle sale auliche che nelle suggestive cantine, dove un tempo invecchiava il Barolo proveniente dai poderi dei Marchesi. E’ un importante pezzo di storia della citta, testimone dell’opera dei “santi sociali” torinesi, che alla religiosità sapevano unire un profondo senso pratico.

Per orari e modalità di visita vedere il sito: www.operabarolo.it

Pier Carlo Sommo

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