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Alla scoperta dei castelli del Roero: sette chilometri di storia tra Canale e Monteu

A soli 7 chilometri di distanza si trovano due fra i castelli più longevi del Roero: quello di Canale e quello di Monteu. Sul primo, così come sull’orgine di Canale, gli storici non sono tutti d’accordo. C’è chi propende per una datazione alta, inizio V secolo, e chi per una bassa (IX secolo). Di certo sappiamo che nel 1065 la marchesa Adelaide di Susa donò il castello di Canale al vescovo di Asti Guglielmo II. Quale fosse l’aspetto dell’edificio in quel periodo non lo sappiamo, anche se le sue caratteristiche non dovevano corrispondere alle attuali, che sono il frutto di un notevole restauro e ampliamento effettuato tra il XVII e il XVIII secolo.

Sicuramente il castello subì una prima imponente ristrutturazione all’inizio del XVI secolo, quando divenne proprietà della famiglia Malabaila. Di struttura sobria e solida, ormai privo di orpelli e di opere difensive, il castello, pur conservando la sua primitiva imponenza, è oggi ormai soprattutto un edificio abitativo, la cui antica storia è celata sotto la pelle dei restauri che nei secoli si sono succeduti. Secondo la tradizione dal castello si diramerebbero dei sotterranei diretti verso la località “Valle del morto”. I grandi cunicoli sarebbero disseminati di trabocchetti e trappole, molti dei quali mortali. Qualcuno, in passato, volle sfidare la sorte, ma non fece ritorno.

Sopra e in alto, castello Malabaila di Canale

Nel periodo di maggiore importanza il castello originario fu affiancato da un’altra fortificazione denominata Castel San Pietro, in possesso dei Palletta di Asti, distrutto nelle lotte tra le fazioni Guelfe e Ghibelline.
Federico Barbarossa lo assegnò al Conte Palatino che lo cedeva nel 1162 con altre terre a Guido di Biandrate, i cui discendenti dovettero cedere tutto ad Asti che infeudò Canale ai Roero, investitura confermata dai Visconti nel 1379.

In ogni caso, il maniero deve la sua fama più che ai suoi pregi artistici, al ricordo di un chimico – l’Aloi – che vi impiantò delle caldaie per ricavare solfato di soda dalle arenarie abbondanti in luogo, solfato che finì per essere conosciuto, anche per via della sua origine, come “sale di Canale”.

Ancora oggi il castello appartiene ai discendenti dei conti Malabayla – Dal Pozzo che hanno destinato parte dell’edificio per festeggiare matrimoni con ricevimenti in grande stile.

Il maniero di Monteu Roero

Sull’altura chiamata Monte Acuto le prime tracce di insediamenti difensivi risalgono al XII secolo: ma è possibile che anche in precedenza questo sito sia stato fortificato e utilizzato come punto di osservazione, vista la sua favorevolissima posizione geografica. Secondo una diffusa tradizione locale, nel castello soggiornò Federico Barbarossa, rifugiatosi tra le possenti mura dell’edificio per sottrarsi al contagio della peste che falcidiava gli uomini del suo esercito.

Il possedimento era della nobile famiglia dei Biandrate che, alla fine del XIII secolo, lo cedettero alla famiglia Rotari, di Asti, in seguito passò ai Roero, dai quali il sito prese il nome.

Il castello di Monteu Roero

Originariamente il castello doveva presentarsi come una casa fortificata, difesa da un recinto, entro il quale si trovava anche una torre, sulle cui fondamenta venne eretta quella attuale. Il corpo principale risale al XIV secolo, mancano comunque dati oggettivi per effettuare una datazione precisa. Va detto che il castello di Monteu Roero fu al centro di alcuni restauri tra il XVII e il XVIII secolo: restauri di cui purtroppo non restano che alcuni indizi, in quanto l’edificio fu notevolmente danneggiato da un terremoto nel 1887.

Al castello è legato un curioso episodio, raccontato nel libro “Storia e leggenda dei tesori nascosti nei castelli piemontesi” di Albero Fenoglio. Vi si racconta che, non molti anni fa, il bibliotecario del barone di Winterman, riordinando dei libri, constatava come la parte superiore della rilegatura di un volume fosse circa il doppio della parte inferiore. Tagliata la pelle, dal nascondiglio uscì fuori un foglio di pergamena, che il tempo aveva ingiallito, e su cui erano annotati dei segni incomprensibili. Con il permesso del barone e con l’aiuto di un professore universitario di appurò che si potevano decifrare con le indicazioni provenienti dai testi delle filosofie occulte. Saltò fuori la vicenda di alcuni spagnoli che, mentre si ritiravano dal Monferrato, arrivati su una collinetta in vista del Po, dovettero cercare rifugio nei boschi e nascondere il bottino che portavano con loro.

Si trattava di un vero e proprio tesoro (sacchetti di monete d’oro, forzieri di monete d’argento, collane, braccialetti, tavolette d’oro e d’argento con intrecci d’angeli lavorati a sbalzo) che sarebbe stato sepolto tra quattro querce, una vecchia torre ed antiche mura su una collinetta prospiciente un paesino. S’iniziarono gli scavi alla ricerca di tesoro. Ma i lavori furono presto interrotti perché il barone dovette trasferirsi per affari e vennero a mancare i mezzi per finanziare una così difficile impresa.

Dal 2021 il castello è di proprietà della famiglia Berta che ha deciso di adibire l’edificio a museo, creando così, un Museo dentro al Museo.

Massimo Centini

Classe 1955, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Tra le attività più recenti: al Museo di Scienze Naturali di Bergamo; ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di design di Bolzano. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino e al MUA (Movimento Universitario Altoatesino) di Bolzano. Numerosi i suoi libri pubblicati in italiano e in varie lingue.

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