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Alla scoperta del castrum capriarum dove Carlo Magno riposò dopo la battaglia delle Chiuse

CONDOVE. “Su questo dosso roccioso plasmato nei millenni dal ghiacciaio quaternario valsusino Carlo Magno re dei Franchi sostò coi suoi condottieri nel 773 d.c. dopo la battaglia delle Chiuse, che pose fine al secolare regno dei Longobardi e segnò l’inizio del Sacro Romano Impero”. Così recita la scritta leggibile sull’imponente masso erratico che giace al centro del recinto del castrum capriarum, popolarmente noto come “Castellazzo”,l’area archeologica valsusina risistemata e riaperta di recente al pubblico che, malgrado indichi nel nome latino l’originaria appartenenza al comune di Caprie, si trova oggi nei confini amministrativi di Condove.

L’epigrafe perpetua la memoria dell’avvenimento bellico più significativo svoltosi in queste terre all’imboccatura della valle di Susa, la cosiddetta “battaglia delle Chiuse”. Lo scontro, che oppose nella seconda metà dell’VIII secolo i Franchi invasori ai Longobardi, fu l’evento militare più importante avvenuto in quest’area, per l’impatto che ebbe sul corso della storia d’Occidente, ma certamente non l’unico, se si considera la plurisecolare vocazione della valle della Dora Riparia a fungere da corridoio di transito per eserciti, pellegrini, mercanti in viaggio da un versante all’altro della catena alpina occidentale. Come si evince dalle fonti latine, già nell’anno 312 quest’area fu teatro di un confronto militare di un certo rilievo di cui fu protagonista Costantino, destinato a passare alla storia come l’imperatore romano che, per primo, riconobbe, con l’Editto di tolleranza del 313 (promulgato insieme con Licinio, Augusto d’Oriente), la libertà di culto ai Cristiani. Al tempo impegnato nella guerra civile che dilacerava l’impero, Costantino discese dal valico del Monginevro alla testa delle sue truppe e, dopo aver espugnato Segusium (Susa), città in un primo tempo fedele al rivale Massenzio, si diresse verso Torino, scontrandosi con i soldati del suo antagonista presso i “campi Taurinati”, località di non chiara localizzazione, che però diversi studiosi collocano alle pendici del monte Musinè in bassa valle di Susa, mentre altri propendono per la pianura ondulata tra Collegno, Rivoli e Grugliasco, comunque a poca distanza.

Ritorniamo al 773, quando l’epica battaglia tra Franchi e Longobardi ebbe luogo nel lembo di terra stretto tra i bastioni montuosi del Caprasio, la vetta che sovrasta Caprie (altrimenti noto come Rocca Sella), e del Pirchiriano, il “culmine vertiginosamente santo” su cui sorge la Sacra di San Michele.  In questo tratto la valle della Dora Riparia si restringe a tal punto da creare una sorta di sbarramento naturale, già sfruttato dai Romani come linea di frontiera e postazione di controllo (statio ad fines) per la riscossione della quadragesima Galliarum, il dazio commisurato alla quarantesima parte del valore della merce trasportata (studi archeologici e documentaristici situano la dogana romana in località Malano di Avigliana). Anche i Longobardi, sopraggiunti dalle pianure della Pannonia alla fine del VI secolo d.C., intuirono le potenzialità di questa zona, già apprezzata per la sua conformazione dai Romani, fissando in corrispondenza del restringimento vallivo, ribattezzato “clusae langobardorum”, poi Chiuse di San Michele, il confine con i territori occupati dai Burgundi, popolazione federata dei Franchi. Con l’acuirsi della minaccia franca, la sottile fascia di territorio tra il Pirchiriano e il Caprasio venne quindi attrezzata per iniziativa dei sovrani e duchi longobardi con rudimentali apprestamenti difensivi, descritti dall’anonimo autore del Chronicon Novaliciense (XI secolo), pietra miliare della letteratura storiografica medievale, come “turres et propugnacula”.  

Recenti studi ipotizzano che il dosso roccioso su cui sorge il “castrum capriarum”, menzionato come tale per la prima volta in un documento dei conti di Savoia risalente alla seconda metà del XIII secolo, facesse in origine parte integrante, come estremità settentrionale, del sistema di fortificazioni in pietra e legno approntato dai Longobardi alle Chiuse di San Michele per mettersi al riparo dai sempre più probabili attacchi dei Franchi. Lo attestano, all’interno del perimetro del castrum capriarum o Castellazzo, le fondamenta di muri che gli studiosi ritengono riferibili al periodo della dominazione longobarda, poi inglobati nella costruzione realizzata in epoche successive.

Quale fu lo scenario politico in cui s’inserì la celebre della battaglia delle Chiuse? I Franchi, già con Pipino III detto il Breve, padre di Carlo Magno, il maestro di palazzo che, con il consenso papale, aveva esautorato l’ultimo sovrano merovingio, Childerico III, s’erano impegnati a intervenire in soccorso del pontefice romano, al tempo Stefano II, che guardava con crescente preoccupazione all’espansionismo longobardo, assicurandogli con la cosiddetta “Promissio Carisiaca”, formalizzata nel 754 a Quierzy-Sur-Oise (Carisium in latino), di cedere alla Chiesa la sovranità temporale sui territori abbandonati dai Bizantini, dall’esarcato ravvenate alle porte di Roma. Una volta asceso al trono e riunito in sé il potere sull’intero popolo dei Franchi, Carlo Magno, sollecitato da papa Adriano I, ruppe gli indugi e, dopo aver ripudiato la moglie Ermengarda, riconsegnata al padre, il re longobardo Desiderio, intraprese, di concerto con lo zio Bernardo, la strada dei valichi alpini per discendere verso la pianura padana.

E’ il 773 quando l’esercito guidato da Carlo Magno, accolto in amicizia dall’abate Frodoino alla Novalesa, si scontrò con le truppe longobarde del re Desiderio e del principe Adelchi nella battaglia delle Chiuse che, in realtà, si risolse in favore del futuro imperatore carolingio senza troppe perdite né scontri cruenti, dato che i Franchi, grazie alle indicazioni dello stesso Frodoino e all’ausilio di una guida esperta dei luoghi, forse un longobardo prezzolato, forse un monaco (citato nelle fonti come “diacono Martino”), riuscirono ad aggirare la sbarramento delle Chiuse, passando attraverso i boschi dalla valle di Susa alla contigua valle del Sangone, con lo scopo di sorprendere i nemici alle spalle e costringerli a una precipitosa ritirata.

La scritta presente sul masso erratico, che campeggia al centro del recinto fortificato del castrum capriarum, evoca proprio la sosta in loco di Carlo Magno, che qui avrebbe riposato dopo la battaglia, ormai proiettato verso la conquista del Regnum Langobardorum e la successiva consacrazione imperiale a Roma nell’anno 800 in una ideale continuità con l’impero romano d’Occidente secondo la concezione della cosiddetta “renovatio imperii” (rinnovamento dell’impero romano). Dunque si può affermare che, nei pressi del poggio roccioso su cui sorgono le suggestive rovine del castello di Caprie, si svolse uno degli avvenimenti bellici che maggiormente incisero sul corso della storia d’Occidente. Se infatti i Longobardi avessero tenuto le posizioni, respingendo l’assalto dei Franchi, probabilmente non sarebbe sorto il Sacro Romano Impero carolingio e la cartina geopolitica dell’Europa medievale avrebbe avuto una diversa fisionomia.

Il campanile cuspidato dell’abbazia di San Giusto a Susa

La prima menzione del castrum capriarum, come già ricordato, risale al tardo XIII secolo: siamo già in epoca sabauda e il sito fortificato di Caprie, definito spesso impropriamente come “castello del Conte Verde”, ma in realtà non riconducibile a questo personaggio di Casa Savoia, è registrato nei documenti dell’epoca quale castello abbaziale, dipendenza della potente abbazia segusina di San Giusto, fondata nel 1029 da un’iniziativa congiunta del vescovo di Asti Alrico e del marchese di Torino Olderico Manfredi. Attraverso un castellano il monastero benedettino, con il consenso dei conti sabaudi, amministrava la giustizia e riscuoteva le decime in questi territori: questo spiega perché il castrum capriarum, allo stesso modo del non lontano borgo fortificato di San Mauro di Almese, anch’esso dipendente da San Giusto, fosse provvisto di tribunale e di prigioni. Visitando l’area archeologica occorre immaginare che le vestigia oggi rimaste, racchiuse nella cortina muraria a tratti ancora merlata che segue il perimetro del bastione roccioso, appartenessero in origine a una residenza fortificata abitata dal castellano, presidiata da una piccola guarnigione di soldati e frequentata di tanto in tanto dagli abati di San Giusto, che vi si recavano in visita.

Il castello, di cui sopravvivono buona parte della cinta muraria in pietra, le rovine di un grande edificio a più piani a strapiombo sul lato sud, identificabile con il maschio, cioè con l’area residenziale, e i resti di altri elementi fortificati, come il rivellino (rialzo in muratura eretto dinnanzi alle porte per proteggerle dagli attacchi), cominciò probabilmente la fase di decadenza dal XVI secolo, in concomitanza con il declinare dell’abbazia di San Giusto, soppressa nel 1581 in favore dei Canonici Regolari Agostiniani e trasformata poi, con l’elevazione di Susa a sede vescovile nel 1772, nella cattedrale cittadina. Abbandonato al suo destino e non più riparato, il castrum capriarum andò incontro a un destino di lenta e inesorabile rovina, tanto che le truppe francesi del generale Catinat quando nel 1690 misero a ferro e fuoco molti castelli valsusini, compreso quello di Avigliana, anch’esso ridotto a suggestivo rudere che domina la città medievale, non prestarono attenzione al “Castellazzo” di Caprie perché già diruto e privo di importanza tattica.

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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