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Cavolfiori fritti e impanati in pastella: un delizioso piatto della tradizione piemontese

I botanici lo chiamano “Brassica oleracea”, variante botrytis. Le massaie lo chiamano più prosaicamente “cavolfiore”. Quelle piemontesi (ce ne sono ancora? Forse più di quanto si possa pensare!), semplicemente “caulifior”.

Se ci pensate, “cavolfiore” è un nome bellissimo per una verdura, che ne sottolinea la grande forma di fiore in boccio; e nello stesso tempo ne ricorda la famiglia di appartenenza, quella dei cavoli, nella quale si enumerano anche i broccoli, il cavolo cappuccio, la verza, il cavolo rosso e persino i cavolini di Bruxelles.

Le virtù del cavolfiore sono leggendarie. Per le sue doti terapeutiche era già consigliato da Ippocrate nell’antica Grecia. Nella Roma imperiale, era osannato da Catone e da Plinio: quest’ultimo se ne alimentava per curarsi la gotta. In effetti, il cavolfiore, ricco di zolfo e di vitamina C, è un toccasana contro il raffreddore, oltre a rivelarsi un eccellente antinfiammatorio. Contiene potassio, ferro e calcio; è ricco di fibre, e per i suoi contenuti di flavoni, glucosidi e sulforafani, può rivelarsi utile per la prevenzione dei tumori.

Però attenzione. In cucina non si scherza. E ognuno sceglie secondo le tradizioni del proprio territorio. Di cavolfiori, ne esistono diversi tipi: in Piemonte le massaie (quelle che ancora parlano in piemontese), preferiscono il cavolfiore nostrano, che dalla Romagna, si è diffuso in tutto il Nord, e anche da noi. Hanno cucinato solo “quello” dalla notte dei tempi, e “quello” continuano a cucinare. Diffidenza? No, rispetto della tradizione.

Ma veniamo a bomba. Il piatto della nonna che oggi vi vogliamo consigliare sono i “cavolfiori fritti e impanati in pastella” (ij caulifior frit e ’mpanà an pastela).

Procuratevi un cavolfiore bello chiuso, con l’infiorescenza compatta e soda, senza macchie sparse, indice di freschezza di raccolto. La procedura e la ricetta per realizzarli sono abbastanza semplici, purché le seguiate con diligenza.

‒ Nettate un cavolfiore, e fatelo sbollentare per alcuni minuti

‒  Intanto disponete sul tavolo della cucina:

  • 75 gr. di farina bianca
  • un uovo: separate il bianco dal rosso
  • 100 gr. di latte
  • un pizzico di sale

‒ Versate nel rosso d’uovo il latte, la farina e il sale ed amalgamate il tutto, fino ad ottenere una crema

‒ Montate a neve il bianco e incorporatelo nell’impasto, rimestando bene

‒ A questo punto, la pastella è pronta: copritela con una pellicola e lasciatela riposare in frigo per una decina di minuti

‒ Tagliate il cavolfiore sbollentato a pezzetti e passateli nella pastella

‒ Versate abbondante olio di semi in una padella per friggere, e ad olio ben caldo, versate i pezzetti di cavolfiori impastellati

‒ Lasciateli rosolare e indorare

‒  Scolateli, e fate assorbire l’olio di frittura su un foglio di carta assorbente

‒ Poi ponete i tocchetti di cavolfiore in un piatto da portata, guarnito di fette di limone

‒ Servite in tavola.

Provate questa ricetta anche voi. E poi mi direte qualcosa!

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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