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La Basilica di Superga: come Torino celebrò la vittoria contro i francesi

TORINO. Come, non conosci la Basilica di Superga? Impossibile, se abiti a Torino! Chiedi in giro: difficile trovare qualcuno, piccolo o grande abitante della città sotto la Mole, che non ne abbia visto almeno una volta la sua altissima e prorompente cupola. E non solo i torinesi; se abiti fuori dal capoluogo, quante volte capita di vederla, brillante lungo il confine dell’orizzonte; così, ad esempio, dal castello di Govone, dove, durante i mercati di Natale, saluta il paesaggio del Piemonte, illuminando le colline che fanno da sfondo alle alte montagne della nostra regione.

La prima volta che ci sono stato, mi ci ha portato mio padre; ancora lo ricordo, impressionato, come molti della sua generazione, tanto dall’architettura di questo luogo straordinario, quanto dal terribile incidente che, il 4 maggio 1949, alle 17.30, come mi aveva più volte raccontato, portò via alla nostra città ed alle sue famiglie i giovani ragazzi della squadra del Grande Torino. Un episodio di una tristezza e di una gravità devastante, che sconvolse gli occhi di un’intera generazione e segnò la memoria di quella successiva. Ancora si ricorda come, nelle piazze di una Torino spezzata dal lutto, più di un milione di persone partecipò con sentito calore ai funerali di quegli indimenticabili 31 passeggeri.

I resti dell’areo che trasportava la squadra del Grande Torino

Od ancora le grandi gare automobilistiche che, nella strada da Sassi a Superga, infuriarono fino al secondo dopoguerra.

Da bambino era impossibile non rimanerci impressionato: i misteri, i re, le guerre ed il tempo che questo monumento e la sua collina si portano dietro e che ogni giorno vivono accanto alle porte delle nostre case, insofferenti allo scorrere del tempo. Proprio per questo ne ripercorriamo qui sotto la nascita, per rispolverare quell’ingenuo stupore che, oggi come ieri, accompagna la visione di questo iconico monumento del paesaggio torinese.

L’interno della basilica

La basilica ha una storia estremamente interessante; sorta sull’omonimo colle, il nome “Superga” porta dietro di sé un mare di ipotesi e, ahimè, poche effettive certezze: sebbene per alcuni sia da ricollegarsi ad un nome di donna longobarda, tale “Saropega”, vuole la tradizione originalmente proprietaria dei boschi del sito, le ipotesi più accreditate fanno risalire il nome dal germanico Sarra-berg, monte della collina. Altre teorie, invece, riconducono l’origine del toponimo all’esistenza di una statua della Madonna, collocata nel tardo-medioevo sotto un loggiato di piante: da qui il nome, Santa Maria sub-pérgula, da cui sarebbe derivato successivamente il nostro “Superga”. Vuole la tradizione che, proprio di fronte a questa effige, Vittorio Amedeo II di Savoia abbia pronunziato, a fronte di una Torino assediata dalle truppe francesi di Luigi XIV, il suo solenne giuramento. Ma andiamo con ordine; con tutta probabilità, come sembrano affermare le fonti archeologiche, il sito di Superga sarebbe stato già urbanizzato a partire dal XIII secolo, mentre dal XV si potevano ivi trovare chiesette votive dedicate a Sant’Antonio, San Grato ed a Santa Maria.

La veduta di Torino dalla cupola di Superga

La nascita della Basilica avviene però più avanti, per la precisione il 2 Settembre 1706, quando il Duca ed il principe Eugenio salirono sulla suddetta altura per esaminare, dall’alto dei suoi 672 metri sul livello del mare, il campo di battaglia che da lì a pochi giorni avrebbe visto contendersi i due eserciti. Qui, nella chiesetta al tempo esistente per i fedeli di Superga ed inginocchiato davanti alla statua della Madonna, egli fece un voto: se avesse ottenuto la vittoria contro i Francesi, il Duca avrebbe fatto costruire un imponente chiesa nel nome del Signore. Il 7 Settembre 1706, all’alba delle 10, incominciarono i combattimenti: 44.000 soldati francesi contro appena 10.500 soldati sabaudi. Uno scontro terribile, un assedio durato ben centodiciassette giorni, dove persero la vita innumerevoli uomini e donne di entrambi gli schieramenti.

La maestosa cupola è raggiungibile con una scala a chiocciola di 131 scalini

La concluse della battaglia vedrà come risultato la ritirata dei Francesi e la firma del Trattato di Utrecht nel 1713. Il Piemonte manteneva la sua libertà e Vittorio Amedeo II, la volpe savoiarda, duca di Savoia, diventava re di Sicilia e primo re della dinastia dei Savoia. Nel 1717, in onore al suo voto, poneva la prima pietra del tempio, con sopra iscritto: «Alla Madre del Salvatore – Alla Salvatrice di Torino – Vittorio Amedeo, Re di Sicilia, di Gerusalemme e di Cipro – posava la prima pietra il giorno 20 luglio 1717».

Il principe Eugenio di Savoia

Per quest’incredibile lavoro, a dir poco imponente nelle sue dimensioni e sapientemente elaborato dalla mente del celebre architetto messinese Filippo Juvarra, fu necessario abbassare la collina di 40 metri ed abbattere la chiesa precedente; il materiale utilizzato era quasi del tutto di provenienza locale, portato dalle cave di marmo di Frabosa, Gassino, Foresto, Rossasco, e dalla cava di Brusca-Dronero.

Dopo 14 anni, il 1° novembre 1731, i lavori furono ultimati e la chiesa aperta al pubblico; era il simbolo, con il Castello di Rivoli e la residenza reale di Venaria, del potere e della gloria di Casa Savoia sui territori di Torino, una manifestazione superba ed impeccabile “dell’arte al servizio del potere”.

Mirco Spadaro

Mirco Spadaro

Classe '98, rivolese di nascita, frequenta il corso di Lettere Antiche a Torino, sotto il simbolo della città. Tra viaggi e libri, è innamorato della tecnologia e della scrittura e cerca, tra articoli e post su siti e giornali online, di congiungere queste due passioni, ora nella sua "carriera" come scrittore, ora con il "popolo di internet".

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