ENOGASTRONOMIA

Le mille proprietà del luppolo selvatico, da apprezzare anche a tavola

Come ricorda Caterina Gromis di Trana sulle pagine di Piemonte Parchi, il Dizionario Botanico (latino, italiano, piemontese, francese, inglese)  di Giacomo Giamello (Sorì edizioni 2004), alla voce dedicata al luppolo comune, Humulus lupulus, in francese houblon commune e in inglese hop, corrisponde una sfilza di soprannomi piemontesi: livertin, liverdin, lavartin, lavertin, levartin, levrtatim, lüvertin, lüvërtin, lavartisi, lüvertis, lüartisi, ruvertise, avurtun, vartin, vertis. Segno che è ben conosciuto in ogni angolo della nostra regione, personalizzato con le sfumature del dialetto.

Il luppolo produce fiori riuniti in pannocchie. Preferisce ambienti freschi e terreni fertili. Cresce spontaneamente lungo i corsi d’acqua e ai margini dei boschi, sia in pianura che verso le montagne. Naturalmente può essere anche coltivato e in Italia sono già presenti delle coltivazioni di luppolo che seguono i metodi dell’agricoltura biologica. In questo caso il suo utilizzo è prevalentemente legato alla produzione della birra, avendo esso il compito di conferire alla bevanda il suo tipico sapore amaro e il suo caratteristico aroma. Nel processo di produzione della birra si utilizzano i fiori femminili del luppolo. Nella birra il luppolo fa anche da conservante naturale, grazie alle sue proprietà antibatteriche. È utile anche nella chiarificazione della birra e nella tenuta della schiuma.

Nella tradizione alimentare della nostra regione, invece, si raccolgono gli apici della pianta del luppolo selvatico, che vengono utilizzati in cucina come se fossero degli asparagi selvatici. Vengono lessati o saltati in padella e poi utilizzati per preparare risotti, frittate e minestre. “I suoi giovani germogli, abbarbicati su siepi e recinti e negli incolti, – scrive sempre Caterina Gromis –, sono un appuntamento speciale all’inizio della primavera, quando sembra ancora possibile tenere a bada il rigoglio della natura. Nel loro incedere rampicante ancora incerto, ondeggiano flessuosi e apparentemente indecisi, virgulti innocenti che offrono soddisfazioni speciali a chi sa ancora dar retta all’antico istinto del raccoglitore. I germogli di luppolo in aprile sono alleati delle foglie di ortica appena spuntate, del tarassaco e della valeriana, compagni di passeggiate in cui è vietato dimenticare a casa il cestino, alla scoperta della natura che si rinnova. Tempo un mese e i raccoglitori conoscitori di erbe, sopraffatti dall’esuberanza delle “malerbe”, si dichiareranno sconfitti e volgeranno altrove lo sguardo, senza dimenticare comunque il cestello che non deve restare mai vuoto, oggetto prezioso per scandire il sereno trascorrere del tempo e le stagioni”.

Cime di luppolo selvatico

Nella Phytoalimurgia pedemontana, pietra miliare sugli usi alimentari delle piante della nostra regione, Oreste Mattirolo dopo la Prima Guerra Mondiale segnalava l’utilizzo dei frutti del luppolo, in alcuni luoghi del Piemonte, anche per la lievitazione del pane di segale.

In quanto all’erboristeria, esso viene utilizzato soprattutto le sue proprietà sedative. In fitoterapia il luppolo è noto come mite sonnifero. In particolare viene utilizzata la polvere resinosa delle fiorescenze femminili del luppolo, per via del suo contenuto di luppolina.

Oltre che come calmante e sedativo, il luppolo viene utilizzato come rimedio naturale per via delle sue proprietà digestive. Stimola la produzione di succhi gastrici e come rimedio è considerato utile per la gastrite, soprattutto quando si tratta di gastrite di origine nervosa. Inoltre il luppolo è un rimedio naturale che stimola l’appetito.

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