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Il logo Paramount riprende davvero il profilo del Monviso come molti sostengono?

La Casa cinematografica americana lo ha sempre smentito, eppure le somiglianze sono sorprendenti

Nel suo viaggio a Parigi, avvenuto tra il 1309 e il 1310, Dante attraversò quella regione che ancora non si chiamava Piemonte, ma che rappresentava il passaggio obbligato verso Ovest. Il grande Poeta dovette essere stato affascinato dalla vista della chiostra alpina che cinge la regione più occidentale del Nord Italia, e soprattutto dal Monviso, che s’erge imperioso sul profilo di una lunga catena di monti innevati, facendo da discrimine tra le Alpi Marittime e quelle Cozie.  Tant’è che citò questa bellissima e maestosa montagna, e il gran fiume che da essa sgorga, nella sua Commedia (Canto XVI, versi 94,95,96):

Come quel fiume c’ha proprio cammino
prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
da la sinistra costa d’Apennino…

Ritenuto per moltissimo tempo il monte più alto dell’arco alpino, il Monviso è stato più volte citato nella letteratura classica. Nell’Eneide, nel libro X, Virgilio lo chiamò “Vesulus pinifer” (monte circondato dai pini), ma il suo profilo piramidale fece colpo anche su Pomponio Mela, Plinio il Vecchio, sul già citato Alighieri, e Petrarca.

Il Monviso appare come una piramide di pietra

Visto da lontano, il Monviso appare come una piramide di pietra, o meglio come un “re di pietra”, che dall’alto dei suoi 3841 metri protrae le sue braccia possenti ad arco, stringendo nel suo abbraccio la splendente catena di vette che si allunga a Sud verso il mare, e a Nord-Nord Est, verso le Cozie, le Graie e le Pennine.


È una delle vette più alte del Piemonte, e tra quelle più alte, sicuramente quella più prossima al Pianalto Torino-Cuneo (da cui dista solo una trentina di chilometri): ed è per questo che il suo profilo si può scorgere anche da molto lontano: il nome di Vesulus, attribuitogli da Virgilio, sta proprio ad evidenziare il fatto che il monte è “vesulus”, cioè visibile con facilità anche da lunghe distanze, stagliandosi in modo netto e inequivocabile.

Tutti abbiamo ben in mente i fotogrammi iniziali dei film prodotti dalla “Paramount Pictures”, Casa cinematografica fondata ad Hollywood nel 1912 e con sede a Los Angeles, quando ‒ seduti in poltrona al cinema ‒ ci si appresta ad assistere ai titoli introduttivi di una pellicola.

Orbene: credo che non ci sia spettatore piemontese, comodamente seduto nella sala di un cinema, che non abbia collegato quei fotogrammi all’immagine spettacolare della chiostra alpina innevata che cinge ad arco il Piemonte, con al centro la vetta del Monviso, illuminata dal sole, o inondato alla sue spalle dalla fulgida luce calante nell’ora del tramonto. E in effetti c’è chi afferma che la Paramount, o chi per essa, si sia proprio ispirata all’inconfondibile scenario delle Alpi Piemontesi per riprodurre la sigla iniziale dei suoi film. La scintilla dell’ispirazione del logo della Paramount sarebbe dunque scoccata in… Piedmont? Gli indizi ci sono, ma manca la conferma ufficiale della nota Casa cinematografica americana. Anzi, i vertici della Paramount hanno ribadito che il brand originario deriva da uno schizzo realizzato a mano nel 1914 da uno dei fondatori, William Wadsworth Hodkinson.

Secondo altri, la sagoma della montagna del logo della Casa Cinematografica americana sarebbe quella di un picco della Cordigliera Bianca delle Ande Peruviane: più precisamente si tratterebbe del profilo del monte Artesonraju, che raggiunge i 6.025 metri d’altezza. A noi piace però pensare che non sia così. E a quanto pare, non siamo i soli.
Si racconta che Giovanni Agnelli, mentre sorvolava nel 1996 il “re di pietra”, avesse dichiarato: “Ha una sagoma così perfetta che si comprende perché la Paramount ne abbia fatto il suo marchio”.

Il monte Artesonraju nella Cordigliera Bianca delle Ande Peruviane

C’è anche un saggista e critico del cinema, Lorenzo Ventavoli, a sostenere la piemontesità dell’immagine: nei primi decenni del ’900 molti addetti dell’industria cinematografica presero la via del mare per trasferirsi negli Stati Uniti. Sarebbe stato un emigrante piemontese, un tecnico scenografo, probabilmente di Saluzzo, a sottoporre ai creativi della Paramount un disegno dell’arco alpino dominato dal Monviso, che avrebbe dato alla Casa americana lo spunto per adottare quell’immagine come proprio logo ufficiale.

Ma ora, bando alle suggestioni, e torniamo alla realtà. Vetta ambita e particolarmente apprezzata dagli alpinisti per lo spettacolo che si gode lassù, il Monviso è da lungo tempo meta di escursioni. Le prime parziali scalate, a cura di alpinisti inglesi, risalgono al 1856, ma la conquista della cima avvenne solo cinque anni dopo, precisamente il 30 agosto 1861, per merito di due inglesi, William Mathews e William Jacomb, accompagnati dalle guide Jean Baptiste e Michel Croz di Chamonix.

Non possiamo dimenticare che dalle viscere del “re di Pietra”, e precisamente all’altezza del Pian del Re, nasce il Po, il fiume più lungo d’Italia. Sulle pendici del monte, e alle sue falde, in Val di Po, si estende un ambiente naturale tutelato fin dal 1990 dalla Regione Piemonte, che ha istituito il “Sistema delle aree protette della fascia fluviale del Po”.

Il Monviso visto da Saluzzo

Il Parco del Monviso, tra la Val di Po e la Val Varaita, si estende su una superficie di 8.334 ettari: un habitat ideale per accogliere, nelle zone più impervie, stambecchi, pernici bianche e diverse specie di rapaci, come l’aquila reale e il gipeto. Procedendo verso valle potremmo imbatterci nel capriolo, nel camoscio,  nel cervo, e nella marmotta. Nei corsi d’acqua cristallina, non mancano la trota fario e la sanguinerola, la rana temporaria e la salamandra nera di Lanza, anfibio endemico solo recentemente scoperto dai naturalisti. Anche la vegetazione e la flora tipica, in quota e a valle, sono molto ricche e differenziate. A partire da Crissolo, fanno corona al corso del Po alberi di alto fusto; scendendo verso il piano, si passa gradualmente dalle conifere alle latifoglie, come betulle, faggi, castagni, salici e ontani neri.

Sergio Donna

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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