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Pavarolo, il castello e il borgo collinare di cui s’innamorò Felice Casorati

PAVAROLO. Aldilà della barriera collinare che definisce l’orizzonte visivo a est di Torino, tra le dolci e morbide colline del Chierese, sorge il ridente paese di Pavarolo. Con il suo aspetto di quieto borgo agricolo a poca distanza dalla città, affascinò a tal punto il celebre pittore Felice Casorati, tra i protagonisti della vita artistica torinese del Novecento, da indurlo ad acquistare casa in loco fissandovi la residenza estiva della propria famiglia.

In posizione dominante sull’abitato si staglia l’inconfondibile massiccia mole del castello, principale attrattiva storico-architettonica del paese. Risalente nelle forme attuali ai primi decenni del Trecento, come testimonia il motivo ornamentale degli archetti trilobati che compare su edifici e castelli del Chierese dalla fine del Duecento, il castrum di Pavarolo risulta esistente e documentato quale presidio militare a partire dall’anno 1047 quando un decreto dell’imperatore Enrico III di Franconia detto il Nerone conferma il possesso ai canonici torinesi del Salvatore, riconoscendo la supremazia del vescovo di Torino.

Dopo una breve parentesi di egemonia monferrina, determinata dall’appoggio dell’imperatore Federico Barbarossa al marchese del Monferrato, l’aleramico Guglielmo V, il villaggio fortificato di Pavarolo con il suo castello passò formalmente dal 1235 sotto il dominio chieresee seguì le sorti del prospero comune, tra i più ricchi e potenti del Piemonte medievale, che fondò le proprie fortune economiche sullo sviluppo del settore tessile, incentrato sulla lavorazione del fustagno, un tessuto in cotone (o in lana) molto apprezzato dal mercato francese (risale al 1482 l’istituzione dell’Università del Fustagno), e sull’attività dei prestatori di denaro su pegno (le famiglie dei casanieri come i de Villa, i Broglia, i Tana), precursori dei moderni banchieri. L’integrazione dei domini sabaudi avvenne nel 1347 con la dedizione dei Chieresi ai nuovi signori e protettori, i principi d’Acaia e i duchi di Savoia.

Il castello, occupato a fine Trecento dalle milizie di Facino Cane, mercenario al soldo del marchese del Monferrato, conserva l’imponenza di una struttura fortificata trecentesca, malgrado i pesanti rimaneggiamenti che, in particolare al tempo della signoria dei marchesi Ferrero d’Ormea, feudatari del luogo ( e della vicina Montaldo) a partire dal 1736, riguardarono sia l’aspetto esterno, spogliato quasi del tutto dei connotati militari e difensivi originari, sia gli ambienti interni, non più corrispondenti alla distribuzione primitiva degli spazi e aggiornati stilisticamente secondo la nuova destinazione dell’edificio a residenza di campagna.

Dei primitivi caratteri militari rimane traccia soprattutto nel dettaglio della bertesca, una torretta pensile con funzioni difensive che ora appare mozzata e sporgente dal vertice del lato sinistro, nel pozzo profondo all’incirca 80 metri, destinato a garantire un costante approvvigionamento idrico in caso d’assedio, e nella intitolazione della via prospiciente l’ingresso, detta via Barbacana, evidente richiamo all’esistenza di un barbacane, elemento difensivo di rinforzo collocato all’esterno della cinta muraria del castello.

Gli spazi interni, che nei soffitti a cassettoni del secondo piano mostrano ancora una serie di formelle trecentesche con soggetti mitologici e figure, tra le meglio conservate del Piemonte, vennero ulteriormente ammodernati dopo la metà dell’Ottocento quando il castello divenne dimora di Malvina Ganerì, figlia dell’allora console britannico a Torino, che dal 1884 ne volle aggiornare arredi e decori secondo il gusto neogotico inglese.

Il paese di Pavarolo, oltre che per il castello, circondato da un gradevole e lussureggiante parco, e per il vasto panorama che si gode dall’alto della collina, è luogo di richiamo turistico anche per i due rinomati locali che propongono una cucina nel solco della tradizione piemontese (lo storico ristorante del Castello, aperto nel 1882, e il ristorante dell’Allegria da Maria) e, come abbiamo già anticipato, per le memorie personali che richiamano la frequentazione d’uno dei più noti artisti del panorama novecentesco, il novarese Felice Casorati.

Un autoritratto di Felice Casorati

Casorati, trasferitosi a Torino nel 1917 con la madre e le due sorelle in seguito alla tragica morte del padre, si stabilì nella casa-studio di via Mazzini, dove abiterà tutta la vita, diventando in breve tempo protagonista della scena culturale e artistica torinese. Nel 1925 inaugurò in via Galliari 33 la “Scuola libera di Pittura”, luogo di formazione per gli allievi, ma anche punto d’incontro per pittori e intellettuali, e fu proprio qui che conobbe la futura moglie, l’inglese Daphne Mabel Maugham.

Il destino di Casorati s’intrecciò con il paese di Pavarolo nel 1931 quando, in occasione d’una gita fuori porta in compagnia della moglie, il pittore s’innamorò del piccolo borgo collinare a pochi chilometri da Torino e decise di acquistare in loco una dimora, una vecchia cascina bianca affacciata sulla boscosa valle del Rio Baban. Ne fece la residenza estiva della famiglia Casorati, che vi si spostava dalla vicina città nel mese di giugno.

Qui, tra le ridenti colline rivestite di boschi, pascoli e vigneti di Freisa, Felice Casorati trasse ispirazione fino alla morte, avvenuta nel 1963, per molte delle sue opere, tra cui ricordiamo il ritratto “Daphne a Pavarolo” realizzato nel 1934 e oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Nell’opera la moglie del pittore, che è colta in un atteggiamento di calma solitaria, con gli occhi chiusi, è seduta all’interno di una stanza affacciata sulle colline e il paesaggio retrostante la figura, una successione di campi e orti che rivela echi cubisti, si riflette, moltiplicandosi, sui vetri della finestra in un articolato gioco prospettico.

Lo studio utilizzato dal pittore, allestito poco sotto il giardino della casa, a picco sulla valle, è stato affidato, per volere del figlio, Francesco Casorati, in comodato d’uso al Comune di Pavarolo, che lo gestisce come spazio museale, sede espositiva e punto di attrazione turistica e culturale.  

Una veduta del castello di Montaldo che si erge poco lontano

Aldilà della barriera collinare che definisce l’orizzonte visivo a est di Torino, tra le dolci e morbide colline del Chierese, sorge il ridente paese di Pavarolo. Con il suo aspetto di quieto borgo agricolo a poca distanza dalla città, affascinò a tal punto il celebre pittore Felice Casorati, tra i protagonisti della vita artistica torinese del Novecento, da indurlo ad acquistare casa in loco fissandovi la residenza estiva della propria famiglia.

In posizione dominante sull’abitato si staglia l’inconfondibile massiccia mole del castello, principale attrattiva storico-architettonica del paese. Risalente nelle forme attuali ai primi decenni del Trecento, come testimonia il motivo ornamentale degli archetti trilobati che compare su edifici e castelli del Chierese dalla fine del Duecento, il castrum di Pavarolo risulta esistente e documentato quale presidio militare a partire dall’anno 1047 quando un decreto dell’imperatore Enrico III di Franconia detto il Nerone conferma il possesso ai canonici torinesi del Salvatore, riconoscendo la supremazia del vescovo di Torino.

Dopo una breve parentesi di egemonia monferrina, determinata dall’appoggio dell’imperatore Federico Barbarossa al marchese del Monferrato, l’aleramico Guglielmo V, il villaggio fortificato di Pavarolo con il suo castello passò formalmente dal 1235 sotto il dominio chieresee seguì le sorti del prospero comune, tra i più ricchi e potenti del Piemonte medievale, che fondò le proprie fortune economiche sullo sviluppo del settore tessile, incentrato sulla lavorazione del fustagno, un tessuto in cotone (o in lana) molto apprezzato dal mercato francese (risale al 1482 l’istituzione dell’Università del Fustagno), e sull’attività dei prestatori di denaro su pegno (le famiglie dei casanieri come i de Villa, i Broglia, i Tana), precursori dei moderni banchieri. L’integrazione dei domini sabaudi avvenne nel 1347 con la dedizione dei Chieresi ai nuovi signori e protettori, i principi d’Acaia e i duchi di Savoia.

Il castello, occupato a fine Trecento dalle milizie di Facino Cane, mercenario al soldo del marchese del Monferrato, conserva l’imponenza di una struttura fortificata trecentesca, malgrado i pesanti rimaneggiamenti che, in particolare al tempo della signoria dei marchesi Ferrero d’Ormea, feudatari del luogo ( e della vicina Montaldo) a partire dal 1736, riguardarono sia l’aspetto esterno, spogliato quasi del tutto dei connotati militari e difensivi originari, sia gli ambienti interni, non più corrispondenti alla distribuzione primitiva degli spazi e aggiornati stilisticamente secondo la nuova destinazione dell’edificio a residenza di campagna.

Dei primitivi caratteri militari rimane traccia soprattutto nel dettaglio della bertesca, una torretta pensile con funzioni difensive che ora appare mozzata e sporgente dal vertice del lato sinistro, nel pozzo profondo all’incirca 80 metri, destinato a garantire un costante approvvigionamento idrico in caso d’assedio, e nella intitolazione della via prospiciente l’ingresso, detta via Barbacana, evidente richiamo all’esistenza di un barbacane, elemento difensivo di rinforzo collocato all’esterno della cinta muraria del castello.

Gli spazi interni, che nei soffitti a cassettoni del secondo piano mostrano ancora una serie di formelle trecentesche con soggetti mitologici e figure, tra le meglio conservate del Piemonte, vennero ulteriormente ammodernati dopo la metà dell’Ottocento quando il castello divenne dimora di Malvina Ganerì, figlia dell’allora console britannico a Torino, che dal 1884 ne volle aggiornare arredi e decori secondo il gusto neogotico inglese.

Il paese di Pavarolo, oltre che per il castello, circondato da un gradevole e lussureggiante parco, e per il vasto panorama che si gode dall’alto della collina, è luogo di richiamo turistico anche per i due rinomati locali che propongono una cucina nel solco della tradizione piemontese (lo storico ristorante del Castello, aperto nel 1882, e il ristorante dell’Allegria da Maria) e, come abbiamo già anticipato, per le memorie personali che richiamano la frequentazione d’uno dei più noti artisti del panorama novecentesco, il novarese Felice Casorati.

Casorati, trasferitosi a Torino nel 1917 con la madre e le due sorelle in seguito alla tragica morte del padre, si stabilì nella casa-studio di via Mazzini, dove abiterà tutta la vita, diventando in breve tempo protagonista della scena culturale e artistica torinese. Nel 1925 inaugurò in via Galliari 33 la “Scuola libera di Pittura”, luogo di formazione per gli allievi, ma anche punto d’incontro per pittori e intellettuali, e fu proprio qui che conobbe la futura moglie, l’inglese Daphne Mabel Maugham.

Daphne Mabel Maugham

Il destino di Casorati s’intrecciò con il paese di Pavarolo nel 1931 quando, in occasione d’una gita fuori porta in compagnia della moglie, il pittore s’innamorò del piccolo borgo collinare a pochi chilometri da Torino e decise di acquistare in loco una dimora, una vecchia cascina bianca affacciata sulla boscosa valle del Rio Baban. Ne fece la residenza estiva della famiglia Casorati, che vi si spostava dalla vicina città nel mese di giugno.

Qui, tra le ridenti colline rivestite di boschi, pascoli e vigneti di Freisa, Felice Casorati trasse ispirazione fino alla morte, avvenuta nel 1963, per molte delle sue opere, tra cui ricordiamo il ritratto “Daphne a Pavarolo” realizzato nel 1934 e oggi conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Nell’opera la moglie del pittore, che è colta in un atteggiamento di calma solitaria, con gli occhi chiusi, è seduta all’interno di una stanza affacciata sulle colline e il paesaggio retrostante la figura, una successione di campi e orti che rivela echi cubisti, si riflette, moltiplicandosi, sui vetri della finestra in un articolato gioco prospettico.

Lo studio utilizzato da Felice Casorati con una gigantografia che lo ritrae

Lo studio utilizzato dal pittore, allestito poco sotto il giardino della casa, a picco sulla valle, è stato affidato, per volere del figlio, Francesco Casorati, in comodato d’uso al Comune di Pavarolo, che lo gestisce come spazio museale, sede espositiva e punto di attrazione turistica e culturale.  

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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