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Personaggi storici e biblici nelle espressioni piemontesi: fier com n’artaban e vej bacuch

Dal “Glossario storico popolare piemontese” pubblicato da Ugo Rosa nel 1889 si evince l’esistenza di molti modi di dire, detti popolari e proverbi che ruotano attorno a figure storiche e traggono ispirazione da qualità e caratteristiche di personaggi dell’antichità o del mondo biblico.

Esaminiamo due casi tratti dalla raccolta. Il primo riguarda un’espressione proverbiale un tempo utilizzata per rimarcare la fierezza d’una persona, consapevole della propria forza e superiorità: “fier com n’artaban”.

Chi era questo Artaban, la cui fierezza, portata all’estremo, è divenuta proverbiale? Secondo quanto ci spiega l’autore, Ugo Rosa, la frase si riferisce alle imprese di Artabano V, re dei Parti, che si distinse per le virtù militari sconfiggendo, dopo un combattimento durato tre giorni, gli acerrimi nemici del suo popolo, i Romani. Il sovrano partico li indusse alla stipulazione di un trattato di pace, che gli riconosceva gli “onori della guerra”. Il Rosa aggiunge che Artabano fu tanto orgoglioso della vittoria conseguita da voler sfoggiare sul capo, come insegna regale, un doppio diadema e esibire il titolo di “Gran Re” o “Re dei re”. Ecco che la fierezza mostrata dal re guerriero, sovrano dei bellicosi Parti, rimase impressa nella memoria collettiva, trasmettendosi di generazione in generazione, e venendo non solo celebrata in componimenti letterari, ma anche consacrata dalla saggezza popolare.

L’impero dei Parti e i regni satellite nella sua massima espressione

Una breve disamina del contesto storico in cui visse re Artabano ci consente di fare alcune precisazioni. I Parti erano una popolazione semi-nomade che attorno alla metà del III secolo a.C., guidata da Arsace, capostipite eponimo della dinastia degli Arsacidi (cui Artabano apparteneva), si stanziò nella regione dell’Iran settentrionale in seguito denominata Partia, espandendosi poi verso ovest e fondando l’impero partico. Tradizionali antagonisti dei Romani in Medio Oriente, sin da quando nel 53 a.C. le legioni di Marco Licinio Crasso vennero umiliate dall’esercito partico nella città mesopotamica di Carre (lo stesso Crasso vi perse la vita), i Parti si videro in più occasioni costretti a respingere le offensive romane.

Figura importante nella storia dei Parti fu il re Artabano V, ultimo esponente della dinastia arsacide, che si trovò a fronteggiare tra il 215 e il 217 d.C. le mire espansionistiche dell’imperatore Caracalla, desideroso di guadagnarsi il titolo onorifico di “Parthicus”, già tributato al padre Settimio Severo per le vittorie conseguite, come annota lo scrittore Erodiano in Storia dell’impero dopo Marco Aurelio.

Artabano V, colto di sorpresa dall’esercito di Caracalla, che era penetrato nel territorio partico usando l’inganno, imbastì una tenace resistenza, che dovette proseguire anche dopo la morte dello stesso Caracalla, avvenuta a Carre nel 217 in conseguenza d’una congiura. Giunse così presso la città di Nisibis l’ora dello scontro decisivo, che vide Artabano, memore del tradimento subito da parte di Caracalla, rifiutare le profferte di pace del nuovo imperatore, Macrino, e impegnarsi con le sue truppe in una lotta durata tre giorni. L’esito fu vittorioso per Artabano V, che ottenne dai Romani un trattato di pace favorevole per il suo popolo, ricevendo un cospicuo tributo in denaro.

Statua in bronzo di un nobile partico al Museo Nazionale dell’Iran

Il fiero oppositore dei Romani verrà poi sconfitto e ucciso verso il 224 d.C. per opera di Ardashir I, fondatore della dinastia persiana dei Sassanidi, che di lì a poco si sarebbe apprestato a occupare la capitale dei Parti, Ctesifonte, assumendo il titolo di “Re dei re”.

Esiste poi un’altra proposta interpretativa, non del tutto slegata dalla prima, che, come racconta Dario Pasero, filologo, docente e scrittore in lingua piemontese, riconduce le origini dell’espressione proverbiale a un personaggio letterario creato dalla penna di Edoardo Ignazio Calvo (1773-1804), medico e poeta. Questi prese spunto da un curioso episodio avvenuto a Torino nel sottoportico di via Po il 7 marzo 1804, quando si assistette con “sodisfassion universal” all’aggressione e alla pubblica bastonatura del medico Carlo Giulio, uno dei tre reggitori del Governo piemontese asservito e poi annesso (nel 1802) alla Francia napoleonica (gli altri due “triumviri” erano Carlo Bossi, poeta e letterato, e Carlo Botta, storico, a formare il “goern dij tre Carlo”). Il Calvo, traendo ispirazione dall’avvenimento, scrisse una pièce in due atti, intitolata “A-i ven për tùit la soa ossia Artaban bastonà”, in cui compare un Paese di fantasia, chiamato il “pais dij Mamaluch”, governato da tre “quasi re”, Mustafà (Carlo Bossi), Bajazèt (Carlo Botta) e il nostro Artaban (Carlo Giulio), che nel corso del secondo atto subisce una sonora bastonatura, proprio come il Carlo Giulio del Governo piemontese. Il successo dell’opera, pubblicata per la prima volta solo nel 1853, fu tale che il personaggio di Artaban, il cui nome era probabilmente stato scelto pensando alla fierezza ostentata dell’antico sovrano dei Parti, entrò nell’immaginario popolare piemontese facendo nascere l’espressione “fier com n’artaban”, con accezione però negativa di persona superba e piena di sé.

Edoardo Ignazio Calvo

E’ interessante infine notare come anche nella lingua francese esista la stessa espressione popolare, “Être fier comme Artaban”, le cui origini vengono fatte risalire a un romanzo storico intitolato “Cleopatra”, scritto da Gauthier de Costes signore de La Calprenède (1636-1711), romanziere e drammaturgo, in cui è tratteggiato un personaggio, tale Artaban, probabilmente ispirato all’Artabano V re dei Parti, caratterizzato da incredibile orgoglio e arroganza. Anche in questo caso la risonanza popolare dell’opera fu tale che la figura di Artaban entrò nell’uso linguistico francese come modello di fierezza portata all’estremo e prossima al ridicolo.   

Un’altra figura storica, questa volta di ambito biblico, compare nella voce “profeta Bacùch”, che secondo il testo del Rosa i Piemontesi utilizzavano per additare l’inventone e lo sputa sentenze. L’allusione è al profeta ebraico Abacùc (Abacucco), vissuto tra VII e VI secolo a.C., l’ottavo tra i dodici profeti minori dell’Antico Testamento, indicato come l’autore del Libro di Abacuc in 56 versetti.

Esistono poi altre espressioni che, alla luce di diverse interpretazioni, si ritengono costruite attorno a questa figura biblica, in particolare le voci “vej coma ‘l coco” e “vej bacuch”, usate per designare un oggetto molto vecchio o una persona in età assai avanzata (in italiano è adoperato anche il modo di dire “era del cucco” per indicare un tempo remoto). Il “coco” in piemontese è il cuculo, volatile che deve il nome al tipico richiamo emesso dagli esemplari di sesso maschile, cu-cu. L’animale non è però particolarmente longevo, dunque non sembra spiegabile la sua associazione all’immagine della vecchiaia, a meno che non si ipotizzi, come è stato fatto da alcuni linguisti, che tale collegamento sia dovuto alla ripetitività del suo verso, cu-cu, messo in relazione con la tendenza degli anziani a ripetersi nel discorso. Si ritiene però più probabile che l’allusione non sia al volatile, bensì proprio al profeta biblico Abacùc, il cui nome sarebbe stato storpiato in “bacucco” (piem. bacuch) e quindi, per caduta della sillaba iniziale “ba”, in “cucco” (piem. “coco”).

Il nome del personaggio biblico compare in modo più evidente nella seconda espressione riferita alla vecchiaia, “vej bacuch”, in italiano “vecchio bacucco”, anche se bisogna tenere conto di altre ipotesi, come quella di chi, fondandosi su un antico significato del termine “bacucco” come “cappuccio che copre il volto”, sostiene che su questa premessa si sia innestata l’associazione tra l’immagine della persona imbacuccata e la persona anziana, conducendo quindi a coniare la voce “vecchio bacucco”.

Il profeta Abacùc

I formulatori della proposta che vede in “vej bacuch” il riferimento al profeta veterotestamentario sostengono invece che, malgrado non ne siano note le date di nascita e di morte, l’immagine popolare di Abacùc come un uomo molto in là con l’età sia stata condizionata dalla proverbiale longevità di altre figure dell’Antico Testamento cui è associato, come Matusalemme, vissuto secondo il computo biblico sino a 969 anni, ma anche dall’interpretazione iconografica che ne diede lo scultore Donatello nel cosiddetto “Zuccone”, statua realizzata per il campanile di Giotto a Firenze in cui le sembianze del profeta, con la testa a uovo (tra l’altro detto “cucco” o “cocco” in fiorentino), sono modellate dall’ascetismo e caratterizzate da estrema magrezza, quasi consunzione, specchio di un travaglio interiore.

Paolo Barosso

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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