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Piemonte misterioso: il caso di Narbona, villaggio disabitato della Valle Grana

CASTELMAGNO. Tra le tante borgate e frazioni ormai disabitate, travolte dal progressivo spopolamento della montagna piemontese, acceleratosi in modo vertiginoso nel secondo Dopoguerra, una delle più ricche di suggestione è Narbona, nel territorio comunale di Castelmagno, in Valle Grana. La lacunosità della documentazione oggi disponibile impedisce di risalire con precisione al periodo di fondazione di Narbona, il cui toponimo originario si ipotizza fosse Arbouna/Arbona. Il nome sembra designare un insediamento sito in mezzo agli alberi, ma c’è anche chi teorizza, basandosi su indizi come la specificità della parlata o la peculiarità delle tradizioni, che si ricolleghi alla città francese di Narbona, antica capitale della provincia romana della Gallia Narbonense, accreditando l’ipotesi di un’origine catara del villaggio, il che spiegherebbe forse le condizioni di estremo isolamento in cui venne costruito.

Il gruppo di case abbarbicate al ripido pendio, strette tra due canaloni e al riparo d’una formazione rocciosa detta Rocha d’la Garìta, immerse in una vegetazione sempre più fitta che quasi le inghiotte, venne abbandonato dalle ultime famiglie residenti nel 1960, a seguito di eccezionali nevicate e conseguenti valanghe. Da quel momento, parallelamente al crescente declino degli edifici, lasciati in balia del tempo e delle intemperie, Narbona ha acquisito fama e notorietà tra gli appassionati di cultura alpina, tramutandosi in un luogo proiettato in una dimensione quasi mitica, simbolo di una civiltà di montagna drammaticamente colpita dallo spopolamento in particolare negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Diversi progetti sono stati elaborati nel tempo per assicurare una sopravvivenza a questa manciata di abitazioni così suggestive nel loro puro stile alpino e che ai primi del Novecento ospitavano ancora 26 famiglie ed un centinaio di mucche, ma le buone intenzioni si sono infrante non solo contro lo scoglio finanziario, per la difficoltà nel reperire i fondi necessari ai lavori di recupero abitativo (tuttavia alcuni interventi sono stati eseguiti, come il rifacimento del tetto della chiesa), ma anche contro il perfetto isolamento di questa borgata, adagiata in fondo ad un vallone laterale in forte pendenza che si diparte dall’abitato di Campomolino e s’inerpica verso la cima del monte Tibert, raggiungibile per mezzo di due impervi sentieri difficilmente percorribili per molti mesi a causa delle valanghe. Sembra quasi che i costruttori di Narbona, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, l’avessero concepita come un estremo baluardo per isolarsi completamente e sfuggire ai pericoli e ai clamori del mondo.

Un gruppo di volontari, innamorati del posto e mossi dal desiderio di non lasciar cadere nell’oblio non solo il villaggio nella sua esistenza materiale, ormai gravemente compromessa dall’abbandono, ma anche il ricordo delle persone che vi abitarono, si è però attivato negli anni scorsi, impegnando parecchi mesi del proprio tempo per ricostruire la storia e le vicende della borgata, vero e proprio caso di insediamento umano in condizioni limite. L’idea era quella di raccogliere oggetti d’uso quotidiano ed elementi d’arredo ancora reperibili all’interno degli edifici di Narbona per trasportarli a valle e predisporre uno spazio museale in cui si potesse osservare e rivivere l’intimità domestica d’una casa narbonese, consegnandone così la memoria ai posteri (malgrado l’abbandono ormai irreversibile del villaggio).

Il progetto è stato portato a compimento ed ha visto così la luce, all’interno di un edificio nella parte alta di Campomolino, frazione di Castelmagno, restaurato a cura della Comunità Montana Valli Grana a Maira, il museo “Una casa per Narbona”, composto da sei locali, in cui l’ambientazione d’una tipica casa di Narbona è stata ricostruita in modo meticoloso utilizzando arredi, oggetti, utensili e manufatti trasportati a valle tramite l’uso di un elicottero. Grazie a questa iniziativa il ricordo di Narbona e delle persone che per secoli avvicendarono le loro esistenze nella borgata, tra mille avversità e fatiche, sarà in grado di sopravvivere all’abbandono e all’inesorabile fluire del tempo.

(Servizio fotografico di Roberto Beltramo)

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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