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Sulle orme di Hans Clemer, il pittore piccardo al servizio dei marchesi di Saluzzo

Prima degli anni Ottanta del Novecento era designato dagli storici dell’arte con l’appellativo di “Maestro d’Elva”, dalla sua opera più famosa, il ciclo di affreschi della parrocchiale di Elva in valle Maira. Poi, grazie alle ricerche condotte da studiosi come Noemi Gabrielli e don Ettore Dao, si riuscì a dare un nome al misterioso pittore nordico attivo nel Saluzzese tra la fine del Quattrocento e il primo Cinquecento, identificandolo con Hans Clemer, artista nativo di Cambrai, località della Piccardia, regione storica della Francia settentrionale. 

Menzionato nelle fonti come “pittore tedesco, residente a Saluzzo”, Clemer proveniva in realtà dal nord della Francia e la sua formazione artistica avvenne nelle Fiandre, come traspare dai tratti stilistici ben riconoscibili nelle opere attribuite al maestro, tra cui il marcato realismo e l’accentuata espressività delle figure, il ricorso al chiaroscuro e al rilievo ombreggiato per dar volume alle figure, l’impiego di una “prospettiva fortemente intuitiva” e l’attenzione per i dettagli sconfinante in un raffinato decorativismo. Dopo l’apprendistato in terra fiamminga, Clemer si trasferì in Provenza, dove lavorò con un parente e conterraneo, Josse Lieferinxe, pittore appartenente alla cosiddetta “scuola provenzale” o “avignonese”, ma nativo anch’egli di Cambrai e qualificato nei documenti come “piccardo” o “alamano”.

La chiesa parrocchiale di Elva

A contatto con Lieferinxe, il Clemer apprese i modi dell’arte provenzale che si innestarono sulla base formativa d’impronta fiamminga e si fusero, amalgamandosi in una complessità originale, con gli influssi dell’arte tedesca, studiati da Natalia Gozzano, con elementi di derivazione nizzarda e piemontese (come i richiami all’arte del contemporaneo Martino Spanzotti, evidenti nella “monumentalità e salda volumetria” delle figure) e con le novità provenienti dal rinascimento toscano e padano, riscontrabili nell’impianto classicheggiante di alcune sue composizioni, soprattutto quelle legate alla committenza di famiglie nobili locali.

E’ probabile che proprio in Provenza il Clemer abbia incontrato il marchese di Saluzzo Ludovico II, che nel 1487 aveva ricevuto dal re di Francia Carlo VIII l’incarico di luogotenente generale, a dimostrazione degli stretti legami politici e militari del marchesato di Saluzzo con il Regno di Francia. Il rapporto tra il marchese e l’artista piccardo ebbe un seguito perché Ludovico II, una volta tornato in patria, nel 1490, chiamò Hans Clemer a lavorare per la corte saluzzese, permettendo al pittore di vivere da protagonista la stagione culturalmente più vivace e fiorente della storia del marchesato, tra la fine del XV secolo e il principio del Cinquecento.

A Elva, in alta Valle Maira, l’artista affrescò il presbiterio della parrocchia

Trasferitosi in Piemonte, Clemer prese casa a Saluzzo e sposò una nobildonna del luogo, Caterina Milanetti. La sua opera di pittore, documentata in Piemonte tra il 1494 e il 1508, non si svolse solo su committenza della corte marchionale, ma anche al servizio di alcune delle famiglie più in vista del Saluzzese, i Della Chiesa, i Cavassa, i Da Costigliole. I lavori attribuiti al Clemer si trovano sia nella città sede dei marchesi, sia nelle località minori del territorio e nelle vallate alpine, come attesta il caso di Elva, paese dell’alta Valle Maira, in cui l’artista venne chiamato ad affrescare il presbiterio della chiesa parrocchiale, d’impianto romanico, ma ampliata a fine Quattrocento.

In questa località di montagna, famosa per la specializzazione dei suoi abitanti nel mestiere stagionale e itinerante del “cavié”, raccoglitore di capigliature femminili destinate ad essere vendute, una volta sistemate a cura delle donne del paese, a fabbricanti francesi e inglesi di parrucche, si può ammirare il capolavoro di Hans Clemer, uno straordinario ciclo di affreschi eseguito tra il 1496 e il 1503, che riveste le pareti e le volte del presbiterio, incentrato sulla scena della Crocefissione, con figure di forte espressività, ai limiti del patetismo, e fisicità possente, e sulle Storie della Vergine, dal concepimento senza peccato fino alla morte e alla sepoltura. In questa composizione si manifesta la complessa personalità del pittore, con il suo ampio ventaglio di riferimenti artistici. Pur attratto dai richiami della “cultura classicheggiante di derivazione italiana” e del naturalismo d’impronta rinascimentale, Clemer rimane però saldamente ancorato alla tradizione tardogotica d’ispirazione francese, rivelando nel ciclo di affreschi di Elva il vasto campionario di influenze artistiche che avvicinano la sua esperienza a quella di molti altri pittori europei del tardo Quattrocento, aperti alla circolazione di modelli e influssi da nord a sud, specialmente se operativi in aree di “transizione” come il Piemonte.   

Casa Cavassa a Saluzzo; sotto, l’ingresso nell’elegante dimora d’aspetto rinascimentale

Tra le opere più studiate di Hans Clemer, vi è la pala della Madonna della Misericordia, eseguita tra il 1498 e il 1499, e conservata nel Museo di Casa Cavassa a Saluzzo, elegante dimora d’aspetto rinascimentale, con elementi gotici, fatta rimodernare secondo il gusto dell’epoca da Galeazzo Cavassa, vicario generale di Ludovico II dal 1464, e allestita come museo per merito del marchese Emanuele Taparelli d’Azeglio, che aveva acquistato l’edificio nel 1883. Considerata tra gli “esempi più felici e complessi di ibridazione culturale mediterranea” (E. Castelnuovo), la pala, in origine collocata a Revello, forse nel Palazzo Marchionale e poi nella collegiata, raffigura la Vergine in atteggiamento protettivo, nell’atto di allargare le braccia e il manto, sorretto dai santi Pietro e Paolo, a coprire e abbracciare i fedeli raccolti ai suoi piedi.

Tra questi, inginocchiati in primo piano, si riconoscono i committenti, il marchese Ludovico II e la seconda moglie, Margherita di Foix-Candale, con il piccolo Michele Antonio (che, nato nel 1495 e dimostrando un’età tra i tre e i quattro anni, fornisce gli elementi necessari alla datazione dell’opera). Il modello della composizione, incentrata sulla monumentale e quasi eterea figura della Madonna, è di matrice provenzale, ma con richiami a soluzioni proprie della scultura lignea tedesca del tardo Quattrocento, ad esempio il doppio movimento della gamba piegata verso destra e la testa reclinata verso sinistra, studiato per rimarcare la funzione protettiva svolta dalla Madonna verso i fedeli.  

Nell’opera si rileva il contrasto da un lato tra l’imponenza della struttura compositiva, la luminosità e brillantezza dei colori e la preziosità degli ori e dall’altro lato la forza del realismo di Clemer, che si riflette nell’accentuata espressività dei personaggi, con folte capigliature e fisionomie quasi caricaturali, e il descrittivismo che tende ad analizzare i più minuti dettagli. Sono questi ultimi i tratti che rimandano a un gusto di ascendenza nordica, incarnato nel Piemonte occidentale dal maestro Jacopo Jaquerio e di cui Clemer è stato probabilmente l’ultimo interprete.

La cattedrale di Saluzzo fu edificata a partire dal 1491

Hans Clemer visse la stagione più fortunata dell’arte saluzzese, tra fine Quattrocento e primo Cinquecento, che fu però concomitante con i segni premonitori del declino politico e militare che avrebbe condotto, dopo un periodo di torbidi e la morte dell’ultimo marchese, Gabriele, nel 1548, all’incorporazione del Saluzzese negli Stati Sabaudi, sancita dal trattato di Lione del 1601, ma anticipata nel 1588 dall’intervento militare del duca Carlo Emanuele I di Savoia, che si legittimò come liberatore delle terre saluzzesi sotto il duplice profilo dell’occupazione politica, attuata dal Regno di Francia, e religiosa, dovuta infiltrazioni protestanti e ugonotte. Protagonista di questo periodo d’oro fu Margherita di Foix-Candale che, rimasta vedova del marchese Ludovico II, resse il marchesato dal 1504 al 1528.  

La pala della Madonna della Misericordia

Tra gli interventi promossi dalla nobildonna francese vi fu l’abbellimento artistico della Cappella Marchionale, interna al Palazzo Marchionale (o Castello Sottano) di Revello che fu residenza prediletta dai marchesi durante l’estate. Riprodotto in un’incisione del 1642, confluita nel “Theatrum Sabaudiae” del 1682, il palazzo era un magnifico esempio di architettura d’ispirazione borgognona, con tipiche torri cilindriche ai lati della facciata. In corrispondenza di una delle torri superstiti si trova la Cappella, d’impianto tardo-gotico, che venne affrescata attorno al 1516 (Noemi Gabrielli) con un ciclo pittorico volto a celebrare le figure di Ludovico II e di Margherita, attraverso la rappresentazione delle storie dei loro patroni celesti, San Luigi re di Francia e Santa Margherita d’Antiochia. Alcune fonti lasciano intendere un intervento di Hans Clemer nella campagna decorativa della Cappella di Revello, ma su questo punto non c’è concordia tra gli studiosi.  

L’interno della Cattedrale di Saluzzo

L’itinerario sulle orme di Clemer non può prescindere da una sosta nella cattedrale di Saluzzo, edificata dal 1491 al primo Cinquecento in forme tardo-gotiche sull’area della preesistente pieve romanica di Santa Maria, già promossa a collegiata con bolla di papa Sisto IV nel 1481. Con l’elevazione di Saluzzo a sede vescovile, approvata nel 1511 da papa Giulio II grazie all’attivismo diplomatico di Margherita di Foix, la collegiata divenne cattedrale, arricchendosi così nei secoli successivi di opere d’arte pittoriche e scultoree. Tra queste, risultano attribuiti ad Hans Clemer gli affreschi, purtroppo rovinati, presenti nelle lunette dei portali esterni, e l’imponente polittico datato 1501 un tempo collocato sopra l’altare maggiore e oggi conservato nella cappella del SS. Sacramento. Nell’opera troviamo le figure dei due committenti, il marchese Ludovico II e Margherita di Foix, inginocchiati dinnanzi ai santi Chiaffredo e Costanzo (il marchese esibisce il collare dell’Ordine di San Michele Arcangelo, consegnatogli da re Carlo VIII di Francia nel 1494), e la scena del martirio di San Sebastiano, che sottolinea ancora, nella forte espressività della figura, nell’attenzione per la dimensione psicologica e nell’accentuazione dei tratti più impressionanti (il bacino spostato di lato e i piedi esageratamente grandi e deformi), quel timbro nordico, derivante dal realismo fiammingo e dall’arte tedesca, che costituisce la nota dominante nella produzione pittorica di Clemer, pur nella molteplicità dei riferimenti artistici.   

Gli affreschi all’interno della chiesa di Elva

Accanto ad altre opere a carattere sacro attribuite ad Hans Clemer, come gli affreschi della parrocchiale di Bernezzo e il polittico della chiesa di Celle Macra (datato 1496), ricordiamo infine due lavori di ambito profano legati alla committenza di famiglie nobili saluzzesi, con una maggiore presenza di elementi classicheggianti di derivazione lombardo-emiliana e toscana. Si tratta di due cicli di affreschi “a grisaille” (pittura monocroma che riproduce luci e ombre mediante i vari toni del grigio) raffiguranti le “Storie di David” e le “Fatiche di Ercole”: le prime vennero realizzate su due pareti di casa Della Chiesa a Saluzzo, mentre il secondo ciclo, databile tra il 1505 e il 1508, orna le pareti esterne del primo piano di Casa Cavassa. Questi lavori rimandano all’usanza, molto in voga nella Saluzzo del tempo, di decorare le pareti esterne e interne degli edifici con “dipinti monocromi raffiguranti scene di caccia e di gioco o favole mitologiche”, una consuetudine derivante dall’età romana classica poi ripresa nel Trecento e infine ripristinata in larga scala nel corso del XV secolo, da Roma all’area padana, giungendo ad affermarsi anche qui, all’ombra del Monviso, forse importata da artisti ferraresi, come annota Noemi Gabrielli, ma non esente dalle solite influenze francesi.  

Il polittico della chiesa di Celle Macra è datato 1496

Dal 1508 Hans Clemer è documentato nuovamente in Provenza, mentre se ne perdono le tracce dal 1512, concludendosi così la straordinaria esperienza di questo pittore piccardo “naturalizzato” piemontese, considerato l’ultimo esponente in Piemonte della corrente realista di ascendenza transalpina, che seppe integrare con una molteplicità di riferimenti e richiami artistici rielaborati con originalità.  

(Fotografie di Paolo Barosso e Roberto Beltramo)  

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.

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